la Repubblica - Venerdì, 16 febbraio
1996
Una serie di conferenze che il filosofo
francese tenne a Berkeley
MICHEL
FOUCAULT A LEZIONE DI GRECO
di UMBERTO GALIMBERTI
SI PUÒ SEMPRE DIRE LA VERITÀ E QUALI
DOVERI ESSA CI IMPONE? NON È SOLO IN GIOCO LA SUA FORMA LOGICA MA ANCHE LA
CAPACITÀ E LA FORZA DI ESIBIRLA. L' ESEMPIO DI SOCRATE.
Un grande capitolo di un ambizioso progetto. C' è una virtù che ha fatto la sua
comparsa nel V secolo avanti Cristo e di cui si sono perse le tracce nel V
secolo dopo Cristo. Il suo nome è parresia. Il suo significato è:
"Dire la verità".
Ce ne dà notizia Michel Foucault in una serie di
conferenze tenute all' Università californiana di Berkeley nel 1983, un anno
prima di morire. Oggi queste conferenze sono raccolte in un libro: Discorso
e verità nella Grecia antica (Donzelli, pagg. 120, lire 25.000) aperto da
un' ottima introduzione di Remo Bodei che ne parla come di un "libro sulla
libertà di parola. Un grande frammento, in sé compiuto, di un vasto e ambizioso
progetto a cui Foucault ha dedicato i suoi ultimi anni di vita affrontando,
contestualmente, il problema del sorgere dell' attitudine critica nelle
filosofie dell' Occidente e quello di un'etica della verità". Verità è la
parola chiave della filosofia, è il problema intorno a cui tutta la ricerca
filosofica si affaccenda dal giorno in cui nacque prendendo congedo dal mito e
dalla religione. Anche la religione, infatti, ritiene di dire la verità, ma il
fondamento della sua verità risiede nell' autorità di chi la enuncia, mentre la
filosofia cerca una verità capace di stare in piedi da sola, senza il conforto di
alcuna autorità.
I filosofi greci chiamarono questa loro verità
episteme, una parola che viene resa in latino con scientia e in italiano con
scienza. Ma, così tradotta, la parola perde il suo significato originario che è
poi quello che risulta dal verbo istemi che vuol dire "sto" e da epi
che vuol dire "su". Episteme vuol dire allora "ciò che sta
su", ciò che si impone da sé, e che quindi non ha bisogno di appoggiarsi
all' autorità di chi parla come accade nel linguaggio religioso, né alla
persuasione seduttiva a cui ricorre il dire retorico, né alla mozione degli
affetti come accade al linguaggio poetico. Ma intorno alla "verità"
sorgono subito due problemi: il primo è quello di stabilire i criteri che
presiedono alle affermazioni vere e ai giudizi corretti e a ciò provvede la
"logica", il secondo è quello di dire la verità, dove in gioco non è
la correttezza formale del discorso, ma il diritto o il dovere di dirlo. Qui
sorgono subito questioni del tipo: chi è in grado di dire la verità? Quali
requisiti deve avere chi se ne sente abilitato? Su quali argomenti è importante
dire la verità? Sulla natura? Sulla città? Sui costumi? Sull' uomo? Quali sono
gli effetti positivi o negativi per i governanti o per i governati? Che
rapporto c' è tra dire la verità e l' esercizio del potere?
Il problema qui non è di stabilire come essere sicuri
che una determinata proposizione sia vera (su ciò ha insistito la tradizione
filosofica occidentale, producendosi in quella che Foucault chiama
"analitica della verità"), ma di sapere chi è capace di dire la
verità. Che importanza ha per il singolo e per la società avere individui
capaci di dire la verità? Come fare per riconoscerli? Dove in gioco non è la
struttura logica della verità, ma la capacità e la forza di dirla. In tutto
questo Foucault vede l' origine di ciò che in Occidente si chiama critica e che
ha in Socrate il suo primo grande esempio.
Qui la filosofia si salda subito con la politica, l'
una e l' altra nate insieme in quella Grecia del V secolo avanti Cristo, quando
si contrappone alla parola autoritaria il dialogo filosofico in cui si
confrontano le opinioni dei partecipanti, e alla tirannide la democrazia dove
nell' agorà si confrontano le opinioni dei cittadini. La democrazia ateniese fu
definita in modo del tutto esplicito come una costituzione (politeia) che
garantisce: l' isegoria che è il diritto di parola, l' isonomia che è il
diritto per tutti di partecipare all' esercizio del potere, e la parresia che è
il diritto-dovere di dire la verità.
La parola parresia compare per la prima volta in
Euripide (V secolo avanti Cristo), ricorre in tutto il mondo letterario greco
fin nei testi patristici del V secolo dopo Cristo, e per l' ultima volta in
Giovanni Crisostomo. Da allora se ne perdono le tracce e, con le tracce, anche
il coraggio di "dire la verità".
Bravo chi corre il rischio di essere punito. Ma perché Foucault parla di coraggio?
Gli antichi greci avevano stabilito che per dire la verità occorre "dire
tutto" ciò che si ha in mente. La stessa etimologia della parola parresia
rinvia a pan (tutto) e rhema (ciò che viene detto). Nella parresia si suppone
che non ci sia differenza tra ciò che uno pensa e ciò che dice. L' esatto
contrario della virtù di Ulisse che i greci chiamavano phronesis e noi,
scorrettamente, ma forse coerentemente con la nostra indole, traduciamo con
astuzia.
Ma dire tutto non sempre è un pregio. Platone ad
esempio ritiene pericoloso per una buona democrazia rivolgersi ai propri
concittadini e dir loro qualunque cosa anche la più stupida o la più offensiva
che viene in mente. Questo cattivo uso della parresia è menzionato di frequente
nella letteratura cristiana dove si indica, come rimedio, il silenzio. Per un
corretto impiego della parresia è necessario che chi vi ricorre abbia delle
qualità morali e soprattutto il coraggio di correre un rischio o un pericolo
conseguente a ciò che dice. Buoni saranno allora quei consiglieri del sovrano
se, dicendo la verità, corrono il rischio di essere puniti, esiliati o uccisi,
così buono sarà quel governante che, dicendo ciò che ha davvero in mente,
rischia di perdere la popolarità, la maggioranza, il consenso.
Usare la parresia, dire la verità, quando non diventa
un gioco di vita e di morte come nel caso di Socrate, resta pur sempre una
sfida al potere in cui Foucault vede l' origine dell' esercizio della critica.
Per il greco antico questo esercizio è autentico solo quando chi lo esercita
corre qualche rischio, in caso contrario è cattiva parresia, un facile gioco in
cui ciò che si esprime non è tanto la verità quanto la propria irritazione che,
non prevedendo costi, può essere detta gratuita.
Ma ognuno sa, che oltre agli interlocutori esterni,
ciascuno ha un interlocutore interno a cui dire la verità. Qui la critica
diventa "autocritica", capacità di dire la verità a se stessi, di
scandagliare la propria ombra, le cantine delle propria anima, in linea con il
messaggio dell' oracolo di Delfi: "Conosci te stesso". Forse tutte le
pratiche psicoanalitiche, con la complicazione dei loro linguaggi, non hanno
ancora raggiunto la semplicità di questo messaggio a cui ci conduce il buon uso
della parresia: dire a se stessi, almeno a se stessi, la verità.
Si concentrano così in una parola semplice una serie di
virtù morali e civili a cui dovrebbero attenersi gli abitanti della città e
soprattutto chi li governa. Chi pratica la parresia dimostra infatti di avere
uno specifico rapporto con la verità attraverso la franchezza, una certa
relazione con la vita attraverso il rischio e il pericolo, una comunicazione
autentica con gli altri e con se stessi attraverso la critica e l' autocritica,
un significativo rapporto con la legge morale attraverso la libertà e il dovere
di dire la verità. Nasce allora quel cittadino che è libero perché sceglie di
parlar franco invece di irretire l' interlocutore con gli inganni della
persuasione, sceglie la verità invece della falsità o del silenzio, il rischio
della vita invece della sicurezza, la critica invece dell' adulazione, il
dovere morale invece del proprio tornaconto o
dell' apatia morale.
Ma da noi vincono le mille astuzie di Odisseo. Chissà se abbiamo perso queste virtù
perché abbiamo perso la parola "parresia", o se abbiamo perso la
parola perché non si riferiva più a nulla o a nessuno. Nel gioco intrecciato
tra "le parole e le cose", a cui Foucault ci ha abituato, parresia
segnala un nodo. Provare a scioglierlo potrebbe migliorare la relazione tra gli
uomini e la loro condizione civile. Ma non abbiamo la minima speranza. Da noi ha
fatto scuola l'Odissea con il resoconto delle mille astuzie del suo
eroe, non L'apologia di Socrate con la parresia del suo nobile
testimone.